Fine del viaggio

Nel mio diario di viaggio deve essere per forza nominato questo ricordo. Io ed Elisa ci svegliammo alle 4.30 del mattino per andare a vedere l’alba. Preparato il caffè, preso qualche biscotto dalla cucina e delle felpe, viaggiammo verso questa spiaggia a nord dell’isola. Arrivate e posizionato l’auto proprio al centro del parcheggio, si aprì di fronte a noi l’orizzonte e l’oceano. Così, con movimenti lenti e goffi, aprimmo il tettuccio dell’auto, sbucando fuori come due timide marmotte. Ci appallottolammo sopra la macchina, posizionando in una mano il caffè accuratamente posto nel termos e nell’altra il cellulare per controllare l’ora. Aspettammo e l’aria fredda colpiva i nostri visi dolcemente. Continuavamo a ripeterci che avevamo fatto bene ad alzarci e che ne era valsa la pena, nonostante inizialmente ci fossero molte nuvole e il paesaggio non era come ce lo aspettavamo. Con un po’ di pazienza, finalmente, ecco che il sole spuntò proprio di fronte a noi. Esultammo silenziosamente di gioia.

Con questa emozione finisce il mio soggiorno alle Hawaii. Quello che mi lascio alle spalle non sono solamente paesaggi bellissimi, l’oceano e la sabbia, ma anche una fortissima sensazione di libertà, avventura, curiosità verso il mondo. Dopo essere stata chiusa in una gabbia mentale e fisica per alcuni anni, riscoprire la fiducia nella realtà delle cose e delle persone è un’esperienza unica. Nel viaggio ho coltivato ancora di più una visione dolcemente malinconica di quello che mi circonda, della vastità e maestosità della natura, della sua magia e del suo mistero. Non importa credere in un essere superiore o considerarsi necessariamente religiosi, ma esiste nella concretezza della terra qualcosa di stranamente surreale e speciale. La stessa paura che ci allontana dalla natura, è quella che ci spinge a scoprirla. E’ proprio questo dualismo che ci sprona a viaggiare, che ci porta a macinare chilometri per raggiungere una meta, un posto, sia esso fisico o mentale.
Guardando le palme, l’oceano, le rocce nere, il sorriso di mia sorella, le sue lacrime, i bambini che ridono, i gechi che si intrufolano nelle stanze, il vento calmo e il tramonto, ho pensato che quell’attimo fosse infinito ed io ero lì, esistevo in quel momento, come esistevo nell’abbraccio di Elisa prima che partissi, quando la magia di quella vacanza era ormai finita, ma custodita per sempre in quel gesto.

Forse proprio perché in queste due settimane mi trovavo in America e perché ero per la maggior parte del tempo passeggero, questo viaggio ha assunto un significato particolare per me. C’è stato un libro che mi ha permesso di uscire dalla gabbia in cui mi trovavo nella mia adolescenza e questo è il romanzo di Kerouac Sulla strada. Ambientato in America, descrive un viaggio, non solo fisico ma anche mentale, alla scoperta della vera essenza della verità delle cose. Spogliamoci del materialismo e della superficialità, cammina, mangia, fai l’amore; sono questi i messaggi che mi hanno svegliata dal drammatico torpore nel quale vivevo. Non è una esortazione all’accumulazione di esperienza, quella da inserire in un curriculum, da dare in pasto a qualche azienda, ma è quella che ci avvicina alla crudezza della realtà. La prima volta che lessi il romanzo pensai :” ah ma quindi si può essere così liberi?”. Kerouac esalta la bellezza della vita nelle cose semplici ma rozze, come un buon pasto, la solitudine, una bella donna. Sulla strada, nel viaggio in America in mezzo ad autostoppisti, ubriaconi e vagabondi, Kerouac trova il suo Dio, la magia della realtà delle cose di cui vi parlavo prima. Nel suo romanzo vi è l’urlo della società degli anni 60 che ancora oggi riecheggia nell’aria, l’urlo di una generazione battuta. Al loro urlo si unisce il mio, le grida di un’altra perdente, di una battuta, che a tentoni e cadendo il più delle volte, non si è stancata ancora di cercare il significato della sua esistenza malinconica.

Sisterhood

Nei giorni successivi abbiamo esplorato la notte alle Hawaii. Il clima era favorevole a vestiti leggeri e occhi lucidi, abbelliti da un leggero segno nero. Abbiamo raggiunto down Town e dopo aver passato un paio di locali molto turistici e costosi, siamo finite in questo bar che secondo Elisa era “tipicamente hawaiano”. Un lungo bancone di legno rovinato da incisioni e impregnato di alcol, piccoli tavolini esterni con sedie alte e comode adornavano il locale, rendendolo vissuto e familiare. Abbiamo scelto un tavolino alto che si affacciava sull’oceano. Ho ordinato un cocktail del posto il Mai thai, gentilmente offerto dal barista che aveva apprezzato la visita mia e di Elisa nel suo bar. L’imbarazzo negli occhi di mia sorella mi fece ridere tutta la serata, i suoi profondi occhi blu erano ancora più splendenti con le luci dei lampioni. Ingurgitò velocemente il suo cocktail analcolico guardandosi intorno in maniera nervosa, volendo divorare voracemente tutto quello che vedeva, i suoi movimenti controllati nascondevano una voglia febbrile di vivere e respirare e ridere e vedere tutto ciò che il mondo aveva da offrirle.

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Pensai che quello che ci lega é un misterioso filo invisibile. Esiste in alcuni rapporti un magico modo di comprendersi senza dover spiegare, la sopportazione silenziosa dei difetti dell’altra, un orgoglio sincero per i successi e un sostegno incondizionato per i fallimenti. Vedo anche in lei lo stesso sguardo melanconico sulle cose che la circonda, la tristezza che ci portiamo dalla nostra adolescenza.

Arrivato finalmente sabato siamo saltate in macchina, lunatiche e svogliate dal sonno e dalla poca caffeina in corpo, pronte di nuovo per partite. Alla mattina siamo andate alla spiaggia Kahalu’u beach park per fare snorkeling. Pronte con maschere, boccaglio e pinne alla scoperta del mare. L’acqua mi ha sempre fatto paura e affascinato allo stesso tempo, sembra poterti inghiottire in un attimo, per poi regalarti delle scoperte fantastiche.

Finito di vedere pesci coloratissimi e buffi, stanche e senza fiato, siamo ripartite pronte per la camminata di un’ora che ci avrebbe portato in una piccola spiaggia dalla bellissima sabbia fangosa. Armate di tante bottiglie d’acqua e determinazione, ci siamo messe in cammino. Sembrava di essere nel deserto, la sabbia si alzava e ci impediva di aprire gli occhi, tutto intorno  erano rocce e sabbia, davanti a noi colline sprovviste di verde. Ma lontano il rumore dell’oceano ci ricordava che avremmo raggiunto l’acqua e che quella fatica sarebbe stata ripagata. Mia sorella, che a volte mi tratta come se fossi uno dei suoi bambini, si mise a cantare delle canzoni per fare passare il tempo e io mi trascinavo, strisciando i piedi per terra e alzando piccole nuvole di sabbia. Non ho mai capito da dove lei ricavi tutta quella voglia di vivere, marciava come una piccola soldatessa al ritmo di qualche canzone rock. Arrivate capii:  scendemmo una ripida discesa di sabbia ed ecco la nostra ricompensa: onde cristalline. Ci spogliammo velocemente e ci buttammo in acqua, urlando “sotto” quando l’onda era troppo alta e “sopra” quando invece la potevamo ricevere di petto. Il sole stava tramontando e la valle di sabbia divenne di un colore dorato. Il sole ci baciava tutto il corpo e noi eravamo felicemente malinconiche.

 

Riassunto degli ultimi giorni

Nei giorni successivi del mio viaggio insieme a mia sorella, abbiamo passato un fine settimana sulla strada, macinando varie miglia, esplorando Big Island, l’isola delle Hawaii in cui mi trovo. In macchina, con i finestrini abbassati, la musica ad alto volume ed i capelli sciolti,  mi sono sentita un po’ come Kerouac in “On the road”. Viaggiare per miglia senza vedere case o persone, ma solo vegetazione, rocce nere e una distesa di mare blu infinita. Le strade qui sono relativamente grandi, separati da una linea gialla e sembrano non dover finire mai e un po’ lo speri, mentre schiacci l’acceleratore per continuare ad andare.

Il paesaggio cambia attraversando l’isola. Il centro è caratterizzato da distese di patri, mucche, stalle e grandi pick up. Dopo molte miglia siamo arrivate ai vulcani, enormi crateri vuoti che dominavano la valle sottostante. Abbiamo percorso la strada che gira intorno al vulcano e questa ci ha  permesso di percepire e godere tutti i paesaggi intorno a noi, dalle altissime piante verdi smeraldo, alle rocce vulcaniche e l’oceano blu. Una sensazioni di libertà, felicità e immensa sorpresa nel vedere aprirsi alla nostra destra e sinistra uno scenario pazzesco: l’oceano che si scontra con tutta la sua forza sulla roccia vulcanica, la costa nera imponente e piantine secche che la abbellivano, come tante lentiggini sul viso di una ragazza.

Finito il giro panoramico, siamo andate Ahalanui Park  quella che Elisa ha rinominato “pozza calda”. Infatti, tra alberi di palma altissime, c’era un piccolo laghetto chiuso da grandi rocce. L’acqua era caldissima. Alcune di questi massi separavamo questo piccolo paradiso dall’oceano. Ci sentivamo al sicuro, contente e rilassate. Dopo essere state a mollo per un po’, quando non sentivamo più l’acqua così calda perché ormai abituate al torpore, siamo andate via e nella notte siamo arrivate a casa.

Gli altri giorni stanno passando con molta tranquillità, con mia sorella che ride e a volte si arrabbia con i bambini. Lunedì siamo andate alla spiaggia Kua Bay. L’acqua era cristallina, trasparente, bellissima. Questa spiaggia rientrava nel mio ideale di paradiso hawaiano. Rocce, acqua fredda quasi invisibile e sabbia bianca. Il problema era che c’era un sacco di vento, la sabbia ci colpiva la faccia, le gambe e ci riempiva gli occhi. Il sole brillava nel cielo e rendeva tutto ancora più luccicante. Il vento però aveva creato delle onde e stare nell’acqua era super divertente, mi sono ritrovata improvvisamente catapultata nella mia infanzia,  quando ero in Toscana e insieme a mia sorella saltavamo nelle onde che a noi sembravano altissime, bevendo tutta l’acqua del mare.

Ieri siamo andati invece da un amico della famiglia americana di Elisa. Hanno affittato una casa per le vacanze direttamente sull’oceano. Non vi dico neanche quanto fosse pazzesca. Appena varcata la soglia si apriva una veranda e da una grande vetrata si intravedeva l’oceano. Uscita c’era la piscina e tavolini da cocktail. Mi sono immaginata svegliarmi alla mattina e vedere l’oceano, rocce nere e il sole alzarsi dall’orizzonte e il solo pensiero ha reso quel pomeriggio magicamente malinconico.

Hawaii: Black and blue

Appena arrivata alle Hawaii da due giorni, sono due i colori che mi hanno colpito di più: il nero e il blu. Appena ci si sposta dalla zona residenziale, che si trova in una posizione sopraelevata rispetto al mare, quello che si vede a destra e a sinistra è una distesa di rocce nere, frammentati da ciuffetti di erba secca. L’isola è dominata da un grande vulcano e le rocce sono state create dalla lava solidificata. Ma se si alza un po’ la testa, guardando verso l’orizzonte, si nota una distesa di blu lucciante e  immensa: l’oceano. Il nero e il blu non cozzano insieme, si abbracciano e dividono la strada rovente, frequentata da imponenti macchine, con la spiaggia, piccolo angolo di paradiso. E’ proprio questo che sorprende: nascosti dietro chilometri di strade, negozi e  vegetazione ci sono pezzetti di natura incotaminata.

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Oggi sono andata a Honokohau Beach, la spiaggia delle tartarughe. Domina in mezzo alla sabbia una capanna molto grande, come un piccolo tempio. Infatti questa è una zona sacra per gli Hawaiani e viene protteta e rispettata.

Ho notato un grande amore per la loro terra; una donna, seduta sulla spiaggia, chiedeva ai turisti e alle famiglie che venivano a visitare questo angolo di bellezza, se avessero bisogno di informazioni o consigli. Era una volontaria che cercava di far conoscere  meglio il posto.

Anche in questo angolo di paradiso, il blu e il nero sono dominanti. L’acqua è costellata da rocce scure che si confodono con la schiena della tartarughe che nuotano nell’oceano. Ma l’acqua è blu, cristallina e si scontra dolcemente con  le rocce buie, creando una sinfonia delicata.